un progetto di Simone Carella


La storia, e l’ aneddotica, della scena artistica – e specificamente teatrale – nella Roma degli anni Sessanta (un po’ meno di quella del decennio seguente) è stata raccontata tante volte. Ma in questa occasione a farlo è, di quella stagione, non un testimone ma un autentico protagonista come Simone Carella. Il quale ha avuto la visione di una “sacra rappresentazione” – certo ironica ma, forse, solo fino a un certo punto – delle avanguardie a Roma nel periodo grosso modo compreso dai primi exploit di Carmelo Bene, nei primi anni Sessanta, sino all’apice (e insieme all’implosione) rappresentato dal Primo Festival dei Poeti a Castelporziano, nell’estate del ’79. Sarebbe uno spazio teatrale, en ahime, a ospitare questa rappresentazione, che Carella definisce un “affresco”. Non solo nel senso metaforico, che usa spesso chi si appresti a
raccontare un periodo di tempo sufficientemente lungo nel quale si intrecciano vicende anche distanti fra loro, ma in senso proprio: facendo decorare le grandi pareti del foyer del Teatro India con quattro scene dipinte affidate al talento di artisti a loro volta “reduci” di quella stagione, scenografi storici dei teatri dell’avanguardia romana o loro immediati sodali ed eredi: Mario Romano, Giuseppe Tremonti, Stefano Di Stasio e Tonino Caputo. L’idea è nata ricordando proprio l’episodio in cui quest’ultimo aveva affrescato i locali del Beat 72 per Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene (sicché questo sarebbe anche un reenactement di quell’occasione).

Una specie di equivalente- laico e sedizioso, com’è ovvio- della Scuola di Atene di Raffaello, nelle Stanze del Vaticano, trasposta nelle “nuove stanze” del teatro di sperimentazione della Capitale (anche nel ricordo di Franco Enriquez, primo direttore del Teatro di Roma, a suo tempo tra i primi a incoraggiare la ricerca di Leo De Berardinis, fra gli altri): una “Scuola di Roma”, insomma, che in forma di vero e proprio racconto per immagini (o, se si vuole, di grande graphic novel post-pop) descriva vicende esemplari, episodi icastici e protagonisti memorabili di quel tempo. Ma anche una specie di carta psicogeografica della città, che metta a fuoco i luoghi specifici di un movimento che mise in discussione la cultura proprio ridefinendo i suoi spazi. Dal circolo “La fede” di Giancarlo Nanni, a Porta Portese, al Beat 72 a Via Belli, passando per La Piramide di Memè Periini e il Teatro Circo Spazio Zero di Lisi e Silvana Natoli (dove sbarcò, per la prima volta in Italia, Pina Bausch).

Ogni tableau verrebbe progettato in ogni minimo dettaglio da Carella, di concerto coll’ispirazione e il talento degli artisti chiamati a collaborare all’Affresco. Nella parete di destra verrebbe rappresentata la “scuola” dei critici e degli intellettuali “fiancheggiatori” della nuova scena romana: da Giuseppe Bartolucci a Franco Quadri, da Elio Pagliarani a Nico Garrone, da Maurizio Grande a Franco Cordelli. Nella parete di fondo, in posizione d’onore, ovviamente gli autori – rappresentati ciascuno da uno spettacolo (per esempio Carmelo con la Salomè del ’64, Leo e Perla con O ‘ zappatore, eccetera). Nella parete opposta, alle spalle dunque di chi entri nello spazio del foyer, il “resto del mondo”: episodi e ambienti decisivi del contesto culturale e
sociale di quegli anni, come gli scontri di Valle Giulia nel marzo del ’68, le storiche performance d’arte alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini, la mostra Contemporanea di Achille Bonito Oliva nel garage di Villa Borghese, i cineclub storici (dal Filmstudio al Grauco), i concerti di Nuova Consonanza eccetera. Nella parete di sinistra la fine simbolica del percorso, a Castelporziano.

A partire dall’inaugurazione di questa decorazione permanente, si possono creare una serie di performance, proiezioni, esposizioni, dibattiti e letture. Un posto particolare va riservato al documentario L’altro teatro, di Giuseppe Bartolucci e Nico Garrone, diretto da Maria Bosio nel 1980 (e del quale Carella conserva un’ extended version sostanzialmente inedita), che si conclude con una conversazione tra Bartolucci e Cordelli a Piazza di Siena, in occasione del secondo festival intemazionale dei poeti. Già a quell’altezza, “a caldo” dunque, una magnifica galleria dei protagonisti dell’underground romano. Una formula innovativa di approfondimento potrebbe basarsi su fermo-immagine di questa pellicola, sull’uno o l’altro personaggio ripreso, a ciascuno dei quali verrebbe dedicato uno spazio specifico di ricordo e discussione che verrebbe
condotto da Andrea Cortellessa: con interviste live ai “superstiti”, testimonianze assortite, e ulteriori materiali audio-video di repertorio.

In prospettiva il Teatro India vedrebbe così riaffermata la sua vocazione di snodo eterotopico della cultura romana; e al tempo stesso lo si individuerebbe come polo di riferimento per la conservazione e la valorizzazione della memoria di una stagione irripetibile, di questa cultura – a partire dal vero e proprio tesoro rappresentato dall’archivio di Carella e del Beat 72.

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