AUTODIFFAMAZIONE
di Simone Carella

con una proiezione della diapositiva
dei funerali di
Pino Pascali

con una proiezione plurima di una prova di
Steve Paxton, un concerto di La Monte Young,
una foto di Vl. Majakovskij
film di  Alessandro Figurelli
musica di Keith Jarrett dal disco Köln Concert

 

 

Beat 72 - 13 gennaio 1976 - Roma

[...] «CARELLA: …a che cos’è che mi riferisco facendo il teatro, quali sono le cose a cui mi richiamo maggiormente, qual è la mia cultura, il mio mondo, eccetera? E cercando una sintesi di questi momenti, perché è chiaro che uno non può fare un discorso programmatico puro e semplice, ho pensato a La Monte Young, a Majakovskij, all’immagine di un funerale, però non tanto come funerale dell’artista quanto perché avevo bisogno di una suggestione, di mostrare qualcosa che usciva. Anch’io volevo sottrarre qualcosa a quel punto, volevo riappropriarmi, ma riappropriarsi significa sottrarre qualcosa a qualcuno, e quindi proprio la porta da dove di solito entravano gli spettatori: in Autodiffamazione volevo togliere agli spettatori il loro luogo, agli attori il loro ruolo, e allora da questa porta invece di entrare gli spettatori esce un funerale (quello di Pino Pascali).
[...] E poi ci tenevo a dare dei riferimenti, volevo dichiarare una mia carta d’identità, c’era La Monte Young, Majakovskij, questa musica per piano che però non era il pianoforte ben intonato di La Monte, ma la musica di Keith Jarrett. Poi la luce, che non serviva a illuminare ma in pratica illuminava se stessa, cioè simulava la sua stessa esistenza, componendo o scomponendo un’immagine proiettata che era la finestra, una grande portafinestra.
[...] mi piaceva questo fatto di un raggio di luce che serva a se stesso, altrettanto importante di una sedia oppure del monologo di Amleto; e allora scoprire che anche con la luce si può costruire una situazione che vale solo per se stessa.

[…] l’andamento seguiva prima il processo di composizione, dal basso, da una iniziale striscia di luce, poi il processo di scomposizione che portava al suo spegnimento. Ci si poteva però riferire anche a un altro elemento, lo schermo del film che riproduceva esattamente il quadro in basso e che all’inizio, essendo bianco, sembrava una superficie illuminata, e solo dopo si rivelava per quello che era davvero: uno schermo dove veniva proiettato qualcosa. Questo qualcosa era il filmato di una seduta di training di Steve Paxton, e anche lì in pratica l’attore era assente, ma c’era come ideale, col suo inventare dal niente, fidando sul proprio corpo e neanche con l’illusione di fare un monologo, perché come dice Steve, il ballerino – e neanche l’attore – non è mai solo, c’è il pavimento, ad esempio, che gli fa da partner; ed ecco la dimostrazione che questo era l’attore ideale, che poi diventava una specie di autodiffamazione e in un certo senso anche un atto di accusa.

QUADRI: Ma l’Autodiffamazione intesa come pièce di Handke come c’entrava? Concettualmente?

CARELLA: Infatti. L’Autodiffamazione di Handke all’inizio doveva essere nello spettacolo un estremo tentativo di recuperare l’attore, un attore solo, ma questo si è rivelato subito fallimentare, e il testo è diventato allora il punto di riferimento – in realtà un ennesimo trabocchetto. 
[…] il  problema è dimenticare questo testo, per poi poterlo ricostruire con altri strumenti, cioè con un altro linguaggio che sono gli attori, lo spazio, la luce, eccetera, ricostruendo una sua unità diversa. Lo spettacolo è l’altro del testo, un suo doppio, ma non un doppio che si rispecchia o che viene rispecchiato, come il doppio eterico, che sai che c’è ma non lo incontri mai.»

Franco Quadri L’Avanguardia teatrale in Italia (materiali 1960-1976), vol. 2, Einaudi, Torino 1977, pp. 568-571

«L'attore non c'è, ma c'è un simulacro di scena che è questa sedia: si entra attraversando una diapositiva dei funerali di Pino Pascali, dove la bara veniva portata a spalla da Fabio Sargentini, Cesare Tacchi e altri amici… si entrava quindi dentro un'immagine, dentro l'immagine del funerale, ed entravi nello spazio scenico dove c'era appunto questa sedia illuminata con un faro, molto illuminata, illuminata bene e sullo sfondo era simulato un finestrone, realizzato con sei proiettori diversi, sei sagomatori diversi, con diversi gradi di luminosità, e poi c'era uno schermo diviso per quattro, con quattro riquadri dove venivano proiettati diversi video tra cui una sezione di una seduta di danza, ma più che altro una prova, che faceva Steve Paxton di una sua contact improvisation, quando soprattutto Steve diceva che “anche un danzatore non fa mai un assolo perché il suo partner comunque è il pavimento, the ground”».

Centro Sperimentale di Cinematografia: Incontri al cinema Trevi - L'altro teatro: le cantine romane. Moderatore Andrea Schiavi, con Maria Bosio, Simone Carella, Agostino Raff - 23 marzo 2016, qui il video su YouTube

Paese Sera - Franco Cordelli
Il Messaggero - Fern. Pivano
La Voce Repubblicana
Teatroltre - Silvana Sinisi